CRISTINA DE MIDDEL

Cristina de Middel

(Alicante, 1975)

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Bio / Focus

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BioFocus

Dopo gli studi, terminati nel 2002 con un master in Fotografia documentaria presso la Universitat Autònoma de Barcelona, Cristina de Middel lavora per oltre dieci anni come fotoreporter. Nel 2012 autopubblica The Afronauts, progetto in bilico fra documentazione e finzione sul primo programma spaziale portato avanti nello Zambia. Il libro, oltre a segnare una svolta linguistica decisiva nel suo percorso, le vale importanti riconoscimenti internazionali: lo stesso anno vince il Photo Folio Review di Arles, l’anno successivo ottiene la nomina per il Deutsche Börse Photography Prize e vince l’Infinity Award dell’International Center of Photography di New York per la miglior pubblicazione. Nel 2017 entra a far parte di Magnum Photos, diventandone a tutti gli effetti ‘associate member’ nel 2019. Nel corso della sua carriera ha pubblicato numerosi libri, oltre ad aver lavorato su commissione per diversi clienti, fra cui The Nobel Peace Foundation, Christian Dior, “Vanity Fair” (USA), “Vogue” (USA) e FC Barcelona.

Focus / italiano

“We’re going to Mars! With a Spacegirl, Two Cats and a Missionary.” Con queste parole l’insegnante di scienze zambiano Edward Makuka annuncia il proprio obiettivo di competere con Stati Uniti e Unione Sovietica nella conquista dello spazio, fondando nel 1964 la National Academy of Science, Space Research and Philosohpy. Il programma spaziale, non ufficiale e mai autorizzato dallo stato dello Zambia, fallì nel giro di poco e con esso i sogni del suo ideatore. A queste vicende si ispira Cristina de Middle per realizzare The Afronauts, dove la presunzione di veridicità che spesso accompagna la lettura delle immagini fotografiche è utilizzata per dare credibilità a un racconto in bilico fra realtà e finzione. Nelle immagini che realizza nei dintorni di Alicante, sua città natale, in Senegal e sulle rive del Mar Morto, de Middel mette in scena un sogno interpretato da uomini vestiti di sgargianti fantasie wax e paradossali attrezzature astronomiche. A questi scatti affianca materiali d’archivio che documentano la storia di Edward Makuka, in un mix surreale e ambiguo in grado di ridefinire i canoni della fotografia documentaria.

After completing her studies in 2002 with an MA in Documentary Photography from the Universitat Autònoma de Barcelona, Cristina de Middel spent ten years working as a photojournalist. In 2012, she self-published The Afronauts, a series on the Zambian Space Program poised between documentation and fiction. The volume marked a decisive linguistic turning point for the artist and won her international acclaim. That same year, she won the Photo Folio Review Arles award and, in 2013, was a finalist for the Deutsche Börse Photography Prize and received the Infinity Award from the International Center of Photography, New York for best publication. In 2017, she became a Magnum nominee and then, in 2019, an associate. She has published numerous books and worked on commission for various clients, including the Nobel Peace Foundation, Christian Dior, Vanity Fair (USA), Vogue (USA) and FC Barcelona.

“We’re going to Mars! With a Spacegirl, Two Cats and a Missionary.” With these words, the Zambian science teacher Edward Makuka announced his intention to join the Space Race against the United States and Russia with the founding of the National Academy of Science, Space Research and Philosophy in 1964. The space programme, which was unofficial and never authorised by the Zambian government, quickly failed, dashing the dreams of its creator. The story inspired Cristina de Middel’s The Afronauts series, in which the assumption of truth that often accompanies photographs is used to lend credibility to a story precariously balanced between fiction and reality. In the photographs, which were taken near her home town, Alicante, in Senegal and on the shores of the Dead Sea, de Middel presents a dream filled with people dressed in brightly- hued wax print fabrics and paradoxical space gear. The photos are accompanied by archival material documenting Edward Makuka’s story, creating a surreal, ambiguous mix that redefines the canons of documentary photography.