DAYANITA SINGH

Dayanita Singh

(New Delhi, 1961)

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Bio / Focus

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BioFocus

Dopo gli studi in comunicazione visiva al National Institute of Design di Ahmedabad, Dayanita Singh, si trasferisce a New York per studiare fotografia documentaria all’International Center of Photography, iniziando a pubblicare fin da subito i suoi reportage sulle principali riviste occidentali. Tornata in India, conosce la transessuale Mona Ahmed, che fotografa per i successivi tredici anni. Alla fine degli anni novanta lascia il fotogiornalismo e inizia un’indagine sulle ricche famiglie indiane, esponendo una serie di ritratti nella prima mostra alla Scalo Gallery di Zurigo nel 1997 e pubblicando il libro Privacy nel 2003. Da questo momento la sua ricerca si sposta su un piano concettuale, esplorando le possibilità del linguaggio fotografico attraverso numerose pubblicazioni e installazioni in grado di rivelare e mettere in discussione i meccanismi di fruizione e diffusione delle immagini. Parte importante della sua produzione sono i suoi “libri-oggetto”, realizzati in collaborazione con l’editore tedesco Steidl. Fra questi troviamo anche Sent a Letter, inserito nel volume Defining Contemporary Art: 25 years in 200 Pivotal Artworks, edito da Phaidon nel 2011. Nel 2009 la Foundación MAPFRE di Madrid le dedica la sua prima retrospettiva. Il suo lavoro è stato esposto in musei e gallerie di tutto il mondo, fra cui anche la Biennale di Venezia nel 2011. Nel 2017 ha vinto l’Aperture Foundation Photo Book Award e l’anno successivo l’Infinity Award dell’ICP di New York.

Focus / italiano

Nel 1989 Dayanita Singh viene incaricata dal “Times” di Londra di raccontare la storia degli eunuchi indiani e della comunità ‘hijra’, termine dispregiativo utilizzato nella cultura dell’Asia meridionale per indicare le persone transgender o transessuali. In quest’occasione conosce Mona Ahmed e con lei stringe un profondo rapporto di amicizia, durato fino alla morte di Mona nel 2018. Da questa frequentazione, nel 2001, nasce il libro Myself Mona Ahmed dove Singh racconta la vita dell’amica uscendo dai cliché con i quali venivano normalmente fotografati gli eunuchi e i transgender indiani. Dopo un momento di iniziale diffidenza, l’autrice viene accettata all’interno della comunità guidata dal guru Chaman, in cui Mona si era rifugiata dopo che la famiglia l’aveva rifiutata quando aveva solo diciassette anni. Qui inizia a ritrarre le feste, i momenti di condivisione, la vita con Ayesha, la bambina di cui Mona si prendeva cura. Ma anche il dolore dopo che Ayesha le viene portata via, l’allontanamento dalla comunità, la solitudine e la nuova vita all’interno del cimitero dove sorge la tomba degli antenati. Un racconto toccante e intimo, nato dalla collaborazione fra Mona e Singh, che trascende dalla diversità del soggetto ritratto per mostrare un essere umano con le sue fragilità, gioie e paure.

After studying visual communication at the National Institute of Design in Ahmedabad, Dayanita Singh, moved to New York to study documentary photography at the International Center of Photography soon publishing her photos in the most important western magazines. When she returned to India she met the transsexual Mona Ahmed whom she photographed for the following thirteen years. At the end of the 1990s she left photography and turned to photojournalism and began to portray wealthy Indian families, exhibiting a series of portraits in her first exhibition at the Scalo Gallery in Zurich in 1997 and publishing the book Privacy in 2003. From that moment on her research moved onto a conceptual level, exploring the possibilities of the language of photography through numerous publications and installations revealing and challenging the mechanisms of fruition and distribution of photographic images. An important part of her production are her “book objects”, produced in collaboration with the German editor Steidl. Among these are Sent a Letter, included in the volume Defining Contemporary Art: 25 years in 200 Pivotal Artworks, edited by Phaidon in 2011. In 2009 Fundación MAPFRE of Madrid dedicated a first retrospective to her work. Her work has been exhibited in museums and galleries all over the world, including the 2011 Venice Biennale. In 2017 she won the Aperture Foundation Photo Book Award and the following year the New York ICP Infinity Award.

In 1989 the London Times assigned Dayanita Singh to tell the story of the Indian eunuchs and the “hijra” community, a disparaging term used in southern Asia to indicate transgender or transsexual people. It was at this time that she met Mona Ahmed and the two became great friends. The friendship lasted up to Mona’s death in 2018. In 2001 this friendship resulted in the book Myself Mona Ahmed in which Singh recounts her friend’s life putting aside the clichés usually used when photographing Indian eunuchs and transgender people. After initial diffidence the author was accepted into the community led by the guru Chaman, where Mona had found refuge after her family had repudiated her when she was just seventeen. Here the photographer captured the parties, the shared moments, Mona’s life with Ayesha, a little girl Mona looked after, as well as the pain after Ayesha was taken away from her, Mona’s banishment from the community, her solitude and new life in the cemetery by her family’s tomb. A touching intimate story stemming from Mona and Singh’s collaboration, transcending diversity and showing a human being with her frailties, joys, and fears.