DIANE ARBUS

Diane Arbus

(New York, 1923 – 1971)

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Bio / Focus

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BioFocus

Diane Arbus nasce a New York. Nel 1941 sposa Allan Arbus, e insieme danno vita a uno studio fotografico, realizzando pubblicità e servizi per riviste in cui lui si occupa delle fotografie e lei è l’art director. Dal 1955 al 1957 Arbus studia con Lisette Model, frequentando i suoi corsi. Nel 1956, dopo avere etichettato un rullino di fotografie come #1, termina la collaborazione con il marito e inizia a dedicarsi a tempo pieno alla propria attività. Verso la fine degli anni cinquanta del XX secolo lei e il marito si separano. Nel 1960 le sue foto sono pubblicate per la prima volta su Esquire, provocando grande scalpore. Negli undici anni seguenti, i suoi scatti sono apparsi su numerose riviste, tra cui “Harper’s Bazaar’: “Show », ”The New York Times” e “The Sunday Times” di Londra. Nel 1963 e nel 1966 riceve due Guggenheim Foundation Fellowship. Nel 1967 Diane Arbus, Lee Friedlander e Garry Winogrand sono i tre fotografi protagonisti di New Documents, l’esposizione al Museum of Modem Art di New York che rappresenta un momento cruciale nella storia della fotografia americana degli anni sessanta. Nel 1970 Arbus crea un album in edizione limitata di dieci stampe originali, acquistate da Richard Avedon (una per sé e una come regalo per Mike Nichols), Jasper Johns e Bea Feitler, art director di “Harper’s Bazaar”. Arbus si suicida nel luglio del 1971. Due mesi prima le sue fotografie sono comparse sulle pagine e sulla copertina di ”.Artforum’: un pilastro dell’arte contemporanea che non aveva mai pubblicato fotografie prima di quel momento. Un anno dopo la morte, la sua opera viene selezionata per partecipare alla Biennale di Venezia: è la prima volta che un fotografo riceve un simile onore. Dal 1972 al 1975 il Museum of Modem Art ospita una importante retrospettiva che poi tocca varie città negli Stati Uniti e in Canada. A questa seguono molte altre esposizioni, come la mostra internazionale Revefations, nel 2003, e la retrospettiva Jeu de Paume nel 2011. La monografia di Aperture Diane Arbus pubblicata per la prima volta nel 1972 contemporaneamente alla retrospettiva del Museum of Modem Art, viene tuttora regolarmente ristampata.

Focus / italiano

Acuta osservatrice del mondo quotidiano che la circonda, Arbus ha individuato i propri soggetti anche nei club di crossdresser, nelle fiere e nei campi per nudisti, realizzando fotografie che abbracciano l’ampiezza della sfera sociale americana nel periodo postbellico e rappresentano un ritratto dell’umanità differente e singolarmente affascinante. “Vedi qualcuno per la strada, ed essenzialmente quello che ti colpisce subito è l’imperfezione”, sottolinea Arbus. Fenomeni da baraccone, bambini che piangono, giovani coppie, famiglie della media borghesia e nudisti: i suoi soggetti rivelano la distanza tra “quello che vorresti che gli altri sanno di te e quello che non puoi fare a meno che gli altri sappiano di te”, commenta. Le sue immagini sono spesso ispirate allo stile classico della fotografia documentaria, racchiusa in negativi di 6×6 che, pur includendo il contesto, non lo lasciano prevalere rispetto allo sguardo diretto del soggetto, colto nell’atto di osservarci mentre viene osservato.

Diane Arbus grew up in New York City. In 1941 she married Allan Arbus, and together they established a commerciai photography business, producing advertisements and magazine editorials in which he took the pictures and she served as art director. From 1955 to 1957 she studied with Lisette Model, attending her workshops. Labeling a roll of film #1 in 1956, she left the partnership she had begun with her husband, and dedicated herselffull time to her own work. Toward the end of the 1950s, she and her husband separated. In 1960 her photos were published far the first time in Esquire, causing a great sensation. In the ensuing eleven years, her photograph appeared in a number of magazines, including Harper’s Bazaar, Show, The New York Times and The Sunday Times of London. She was awarded two Guggenheim Foundation fellowships in 1963and 1966. In 1967, with Lee Friedlander and Garry Winogrand she was one of three photographers featured in New Documents at the Museum of Modem Art in New York, the groundbreaking exhibition that marked a crucial point in the history of 1960s American photography. In 1970, Arbus created a limited edition portfolio of ten originai prints, which were bought by Richard Avedon (one tor himself and one as a gift far Mike Nichols), Jasper Johns, and Bea Feitler, art director at Harper’s Bazaar. Arbus committed suicide in July of 1971. Two months earlier, her work appeared in the pages of Artforum and on its cover, a bastian of contemporary art which had never published photography before. A year after her death, her work was selected for inclusion in the Venice Biennale, the first time any photographer had been so honored. From 1972 to 1975, the Museum of Modem Art hosted a major retrospective that trave led throughout the United States and Canada. Many others were to follow, including the 2003 international exhibition Revelations, and the 2011 Jeu de Paume retrospective. The Aperture monograph Diane Arbus, first published in 1972 in conjunction with the Museum of Modem Art retrospective, has remained in print ever since.

A disceming observer of the everyday world around her, Arbus also found her subjects at crossdresser clubs, fair grounds and nudist camps, making photographs that span the breadth of the postwar American sodai sphere and constitute a diverse and singularly compelling portrait of humanity. “You see someone on the street and essentially what you notice about them is the flaw;’ she said. Circus freaks, crying babies, young couples, middle class families and nudists, her subjects reveal the distance between “what you want people to know about you and what you can’t help people knowing about you;’ she noted. Her pictures are often informed by the classic style of documentary photography, framed in a 6×6 negative that while including the context does not let it prevail over the direct gaze of the subject, who while being observed, observes us.