SHADI GHADIRIAN

Shadi Ghadirian

(Tehran, 1974)

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Bio / Focus

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BioFocus

Terminati gli studi, nel 1988 inizia a lavorare all’Akskhaneh Shahr, primo museo di fotografia iraniano, fondato e diretto da Bahman Jalali, suo docente presso l’Azad Art University di Tehran. Alcuni anni dopo, a partire dall’ispirazione ricevuta proprio dalle collezioni del museo, realizza la serie Qajar, con la quale ottiene i primi importanti riconoscimenti e la prima mostra personale alla Golestan Gallery di Tehran e alla Leighton House Museum, entrambe nel 1999. Con un’immagine appartenente a questa stessa serie, nel 1995 aveva vinto una competizione fotografica, il premio era tuttavia stato revocato a causa del giudizio del ministro della Cultura che aveva definito lo scatto ‘troppo controverso’. All’interno dell’inquadratura, infatti, si vedono due donne in hijab reggere uno specchio che riflette una libreria su cui son conservati alcuni libri proibiti. Nel corso della sua carriera Shadi Ghadirian ha portato avanti diverse ricerche incentrate sul ruolo della figura femminile all’interno della società mediorientale, impegnandosi parallelamente nella diffusione della cultura fotografica iraniana attraverso la gestione di due piattaforme web. Le sue fotografie sono conservate in alcune delle più prestigiose collezioni internazionali, fra cui quella del British Museum di Londra, del Centre Georges Pompidou di Parigi, del Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig Wien di Vienna.

Focus / italiano

Negli anni del suo governo, Naser al-Din Shah Qajar, scià di Persia dal 1848 al 1896, ha portato numerose innovazioni nel Paese, come la fotografia, utilizzata per ritrarre le sue numerose mogli, talvolta anche in pose sensuali e con un abbigliamento decisamente provocante per gli standard del periodo. A queste immagini si ispira Shadi Ghadirian nella serie Qajar del 1998, in un’ironica riflessione sulla situazione femminile nell’Iran contemporaneo. Ghadirian coinvolge amiche e parenti in un gioco di riappropriazione di un’iconografia anacronistica, mettendola in discussione attraverso l’inserimento nella scena di elementi esplicitamente fuori contesto. A prima vista tutto sembra coerente: le scenografie sono quelle conservate presso il City Photo Museum di Tehran, gli abiti quelli della tradizione iraniana, anche le pose e la tecnica utilizzata richiamano il passato. Gli oggetti tenuti in mano dalle donne ritratte, tuttavia, provengono dalla globalizzazione contemporanea: una bibita gassata, degli occhiali da sole alla moda, una mountain bike, un’aspirapolvere. Fra questi troviamo anche una reflex, che si contrappone all’ingombrante banco ottico nell’altro lato dell’immagine, simbolo di quell’apertura e quel progresso che lo scià portò nel paese diversi anni prima, poi spazzati via dalla Rivoluzione iraniana nel 1978.

In 1988, after completing her studies, Ghadirian began working at the Akskhaneh Shahr, Iran’s first photography museum, which was founded by her teacher at the Azad Art University in Tehran, Bahman Jalali. A few years later, inspired by the museum’s collections, she created the Qajar series, for which she began to gain recognition as an artist and was given her first two solo shows, at the Golestan Gallery in Tehran and the Leighton House Museum, both in 1999. She had won a photography competition with an image from the same series in 1995, but the prize was revoked because the culture minister deemed the photo “too contentious”. The image depicts two women in hijabs holding up a mirror that reflects a shelf holding a number of banned books. Over the course of her career, Shadi Ghadirian has explored the role of women in Middle Eastern society in various ways while at the same time working to promote Iranian photography through two web platforms. Her photographs are in some of the world’s most prestigious collections, including those of the British Museum, London, the Centre Georges Pompidou, Paris and the Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig Wien, Vienna.

During his reign, Naser al-Din Shah Qajar, shah of Iran from 1848 to 1896, brought many innovations to his country, including photography, which he used to immortalise his numerous wives, sometimes even in sensual poses and wearing clothing that would have been considered provocative at the time. Shadi Ghadirian’s Qajar series (1998) was inspired by these images, offering an ironic reflection on the situation for women in contemporary Iran. For this series, Ghadirian involved her friends and relatives in a game of re-appropriating anachronistic iconography, questioning it through the addition of props that are explicitly out of context. At first, everything seems consistent: the sets are the ones preserved at the City Photo Museum in Tehran, the clothing is traditional Iranian garb and even the poses and technique evoke the past. But the objects that the women hold in their hands hail from contemporary globalisation: a fizzy drink, fashionable sunglasses, a mountain bike, a vacuum cleaner. Among them, there is even a reflex camera, in stark contrast with the bulky optical bench on the other side of the frame, symbolising the openness and progress that the shah brought to the country years before, then swept away by the Iranian Revolution in 1978.