SILVIA CAMPORESI

Silvia Camporesi

(Forlì, 1973)

ITALIANO
Bio / Focus

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BioFocus

Dopo una laurea in filosofia presso l’Alma Mater di Bologna, Silvia Camporesi si dedica alla ricerca fotografica attingendo al mondo della letteratura, del mito e della storia per costruire i propri racconti visivi. Nel 2007 vince il premio Celeste per la fotografia e ottiene la prima importante personale con Dance dance dance al MAR di Ravenna. Nell’autunno del 2011 si reca in Quebec per una residenza artistica promossa da Chambre Blanche. Nello stesso anno realizza La Terza Venezia dove i confini fra realtà e immaginazione si sfumano in una rappresentazione onirica della città lagunare. A partire da questo lavoro inizia una ricerca sul paesaggio, quello armeno in Journey to Armenia nel 2013, e quello italiano con Atlas Italiae, iniziato nello stesso anno e portato avanti fino al 2015. Le sue opere sono state esposte in diverse mostre personali e collettive in Italia e all’estero, fra le personali si ricordano quella presso l’Abbaye de Neumünster in Lussemburgo nel 2015, all’Art Musing di Mumbai nel 2017 e al Desfours Palace di Praga nel 2018. Ha vinto il premio Francesco Fabbri per la fotografia nel 2013, il premio Rotary di Artefiera nel 2015 e il Premio BNL nel 2016.

Focus / italiano

Un piccolo pupazzo di neve fatto di pasta modellabile e frammenti di natura rinvenuti in un giardino; un’Italia color pastello, da ricomporre attraverso le tessere di un puzzle; sassi e pezzetti di porcellane un tempo appartenuti a qualche servizio di piatti semplice, ora preziosi tesori da conservare. E poi i giochi, la pelle liscia dei bambini, e i muri scrostati che diventano nuvole e accompagnano la mente a vagare fuori dai confini di una casa. È questo di cui parla la serie Domestica di Silvia Camporesi, nata dal bisogno di cercare nuovi orizzonti di immaginazione durante i giorni di lockdown. Attraverso le sue immagini dai toni tenui e delicati, l’autrice mette insieme i frammenti di una quotidianità rarefatta e sospesa, ma comunque in grado di evocare mondi lontani abitati da mostri e presenze misteriose. Il tutto sotto la guida di un’unica regola: produrre una buona immagine al giorno. Il risultato è un diario intimo e poetico, la cui voce narrante è quella di una madre che, con l’aiuto delle figlie, riesce a trovare la meraviglia nelle piccole cose, a ingannare un tempo che sembra non scorrere più.

After completing her degree in philosophy at the University of Bologna, Silvia Camporesi devoted herself to photography, drawing on the world of literature, myth and history to construct her own visual stories. In 2007, she won the Celeste photography prize and held her first solo exhibition, Dance dance dance at MAR, Ravenna. In the autumn of 2011, she was artist-in-residence at La Chambre Blanche, Quebec. That same year, she produced La Terza Venezia, in which the line between reality and the imagination is blurred in a dream-like representation of the lagoon city. With this work, she began her exploration of landscape, continuing with Journey to Armenia in 2013, and Atlas Italiae, which was begun the same year and completed in 2015. Her work has been shown in numerous exhibitions in Italy and abroad, including solo shows at the Abbaye de Neumünster, Luxembourg (2015), Art Musing, Mumbai (2017) and Desfours Palace, Prague (2018). She won the Francesco Fabbri photography prize in 2013, the Artefiera Rotary prize in 2015 and the Premio BNL in 2016.

A small snowman made of modelling dough and fragments of nature picked up in the garden; a pastel-coloured Italy, to be reassembled through the pieces of a jigsaw puzzle; stones and broken plates, once part of a plain dinner set, become precious treasures to be preserved. And then children’s games, their smooth skin, and peeling walls that turn into clouds making the mind wander beyond the boundaries of a home. This is what Silvia Camporesi’s Domestica series is about, a project stemming from the need to find new scope for imagination during lockdown. Through her soft and delicate tone images, Camporesi pieces together fragments of a rarefied and suspended everyday life, yet still able to evoke distant worlds inhabited by monsters and mysterious presences. A photographic practice complying to one single rule, that of producing one good image a day. The outcome is an intimate and poetic diary of a mother who, with the help of her daughters, manages to while away the time and find the wonder in small things.