ZANELE MUHOLI

Zanele Muholi

(Umlazi, 1972)

ITALIANO
Bio / Focus

ENGLISH
BioFocus

Rifiutando l’appellativo di artista, Zanele Muholi preferisce essere identificata come attivista visuale impegnata per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQ+ in Africa. Nel 2002 è fra i fondatori del Forum for The Empowerment of Women, mentre nel 2009 fonda Inkanyiso, un’organizzazione no-profit di ‘queer visual activism’. Nel 2003, dopo aver frequentato un corso di fotografia, realizza la sua prima mostra personale presso la Johannesburg Art Gallery. Nel 2009 frequenta un Master of Fine Arts in Documentary Media alla Ryerson University di Toronto, laureandosi con una tesi sulla storia visiva della comunità lesbica nel Sudafrica del post-apartheid. Nel 2010 dirige con Peter Goldsmid il documentario Difficult Love, mostrato in alcuni dei più importanti festival di tutto il mondo, mentre nel 2012 ottiene grande visibilità internazionale con la partecipazione a documenta con il progetto Faces and Phases. Nel corso della sua carriera ha vinto numerosi premi, fra cui l’Infinity Award dell’International Center of Photography di New York nel 2016 e il Best Photography Book Award della Kraszna-Krausz Foundation per Somnyama Ngonyama, Hail the Dark Lioness pubblicato da Aperture. Fra le mostre più recenti si ricordano quella allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 2017 e quella alla Tate Modern nel 2020.

Focus / italiano

In ogni immagine di Somnyama Ngonyama, Hail the Dark Lioness, il soggetto è sempre Zanele Muholi, che si ritrae utilizzando parrucche, costumi e oggetti della quotidianità, e accentuando il colore della propria pelle grazie a un bianco e nero dai toni profondi. Attraverso la reinterpretazione in chiave critica della ritrattistica classica, Muholi racconta l’odio, l’omofobia e le ingiustizie che vive e vede intorno a lei, ma anche la storia e la cultura del proprio paese e della propria famiglia. Gli stereotipi occidentali vengono ribaltati, i copricapi tradizionali trasformati in composizioni di oggetti casalinghi. Le mollette per il bucato, i tappeti, le spugne e i pettini che compaiono in molti scatti della serie, evocano il ruolo da domestiche spesso ricoperto dalle donne nere nel Sudafrica dell’apartheid, come la madre dell’artista. I lunghi capelli dorati e la corona di brillanti di una reginetta da concorso diventano l’emblema di un concetto di bellezza che per secoli è stato prerogativa esclusiva dei bianchi. Per Muholi posare davanti alla fotocamera rappresenta l’accettazione della propria vulnerabilità, ma anche una decisa presa di potere: la sua presenza diventa una dichiarazione politica, il suo corpo il tramite attraverso cui rivendicare la propria esistenza di fotografa e donna sudafricana, nera e lesbica.

Rejecting the term artist, Zanele Muholi prefers to be identified as a visual activist who works for the recognition of the rights of the LGBTQ+ community in Africa. In 2002, they co-founded the Forum for the Empowerment of Women, and in 2009 they founded Inkanyiso a not-for-profit organisation dedicated to “queer visual activism”. In 2003, after attending a photography course, they held their first solo exhibition at the Johannesburg Art Gallery. In 2009, they earned an MFA in Documentary Media from Ryerson University, Toronto, with a thesis on the visual history of the lesbian community in post-apartheid South Africa. In 2010, they co-directed, with Peter Goldsmid, the documentary Difficult Love, which was screened at some of the most important festivals worldwide, and in 2012 they gained international visibility presenting the series Faces and Phases at documenta. During their career, they have won numerous awards, including an Infinity Award from the International Center of Photography in 2016 and the Kraszna-Krausz Foundation’s Best Photography Book Award for Somnyama Ngonyama: Hail the Dark Lioness, published by Aperture. Their most recent exhibitions include those held at the Stedelijk Museum, Amsterdam (2017) and Tate Modern, London (2020).

Zanele Muholi is the subject of every image in Somnyama Ngonyama: Hail the Dark Lioness, in which the visual activist has portrayed themselves using wigs, costumes and everyday objects and accentuating the colour of their skin through the deep contrast of black and white. In their critical reinterpretation of classical portraiture, Muholi tells of the hate, homophobia and injustice that they have experienced and see around them, as well as the history and culture of their country and family. Western stereotypes are upended, traditional headdresses are transformed into compositions of household objects. The clothes pegs, rugs, sponges and combs that appear in many of the images in the series evoke the work of domestics, a job that was typically held by Black women, including the visual activist’s mother, in South Africa during apartheid. The long golden hair and diamond-studded crown of a beauty queen become an emblem of the concept of beauty that has been the exclusive prerogative of white people for centuries. For Muholi, posing in front of the camera represents acceptances of one’s vulnerability, but also the clear seizure of power: their presence becomes a political statement, their body the intermediary through which to claim their existence as a photographer and South African woman, black and lesbian.